È ora di sirena! Parte 4

IV/ MARE DELLA CONDIVISIONE

 

Lampedusa e Yourcenar: la sirena greca

La sirena di Lampedusa è greca e la coda di pesce che costituisce metà del suo corpo, non indebolisce minimamente la sua appartenenza al bacino del Mediterraneo. D’altronde lo scrittore non poteva presentare una donna-uccello come prescriveva il mito; un imperativo estetico lo costringeva a optare per la donna-pesce dalle forme seducenti: intessere una storia d’amore con la donna-uccello, senza braccia e munita di artigli, sarebbe stato carnevalesco e ben poco credibile! Rispetto al racconto omerico, Lampedusa inverte i ruoli. È la voce dell’uomo che attrae la sirena e la spinge ad avvicinarsi. Le declamazioni in greco ionico di La Ciura esercitano su Lighea un potere seduttore: “Ti sentivo parlare da solo in una lingua simile alla mia; mi piaci, prendimi.” Non è più Ulisse che si dimena per abbandonare la nave e raggiungere le sirene sulla loro isola, è Lighea che sale sulla piccola imbarcazione di La Ciura con la brama di unirsi al giovane studente universitario: “Si lasciò scivolare nella barca…” Non sono più le creature pericolose che trascinano nella morte chi ascolta la loro voce, è una bella adolescente che si concede spontaneamente all’uomo che le piace senza pretendere niente in cambio. In una frase Lighea rassicura subito Rosario sulle sue intenzioni e al contempo riabilita le sue consorelle: “Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto.” La sirena di Lampedusa ama senza però lasciarsi vincolare dal suo tenero sentimento per “Sasà”. Rimane libera e lascia libero Rosario: lo invita solamente a seguirla in fondo al mare; non gli impone niente. In lei, come sussurra decenni dopo il vecchio senatore all’orecchio del giovane giornalista, la saggezza della dea e l’irruenza della bestia si sovrappongono: “In quegli amplessi godevo insieme della più alta forma di voluttà spirituale e di quella elementare, priva di qualsiasi risonanza sociale, che i nostri pastori solitari provano quando sui monti si uniscono alle loro capre.” La costante oscillazione di Lighea tra istinto animale e sapienza poetica orfica riverbera la nostra umana ambivalenza: siamo un miscuglio di bestialità e divinità; uno strano impasto di carne fremente e di spiritualità. Lighea mangia come una bestia e si esprime come un aedo: è insieme Dioniso e Orfeo.

Fraccalori 1805-1882 Dedalo e Icaro

La sirena della Yourcenar parla e canta solo all’inizio della pièce, prima di sacrificare la sua voce sull’altare dell’amore. Con il suo “Desidero delle gambe umane come certi uomini si dice abbiano desiderato le ali” si contrappone all’invettiva della Strega “Tu commetti il crimine supreme: tu vuoi cambiare d’elemento, vuoi cambiare specie”. Non siamo in Scandinavia, siamo in Grecia: sotto le ali di Icaro soffia il vento della hybris… Calma! Non bruciamo le tappe! Spieghiamoci meglio procedendo adagio e ammodino: mentre la Strega l’accusa di hybris ossia di volere stravolgere l’ordine prestabilito, di volere spingersi oltre i limiti della propria specie, la Sirena allude a Icaro per avvalorare il suo gesto intrepido. Senza citarlo esplicitamente, ella fa riferimento allo spericolato figlio di Dedalo che tentò di scavalcare le barriere terrestri connaturate alla sua specie. Grazie alle ali congegnate dal padre, egli s’innalzò nell’aria con il desiderio di conquistare un elemento estraneo, di avvicinare sempre più il sole, di sfidare gli dèi. La folle impresa lo portò alla morte; Helios non gli perdonò la sua arditezza. La Sirena è cosciente del pericolo di cambiare elemento. È consapevole del rischio nel quale incorre ma non torna indietro perché la passione non ha orecchie e perché, sempre e comunque, permane la speranza di farcela; in fondo al vaso di Pandora rimane la elpis di Esiodo. Il primo libro della Yourcenar Il giardino delle Chimere (Le jardin des Chimères) pubblicato nel 1921 a proprie spese, sviluppa con lirismo l’avventura di Icaro. La scrittrice allora diciottenne presenta il mito sotto forma di un ampio dialogo poetico in versi. Non firma con il suo nome di battesimo “Marguerite Antoinette Jeanne Marie Ghislaine Cleenewerck de Crayencour” (e si capisce!). Di concerto col padre, crea un nuovo cognome che rimarrà per sempre il suo pseudonimo: togliendo soltanto una C, anagramma Crayencour in “Yourcenar”. Il giardino delle Chimere è firmato Marg Yourcenar (Marg da cui diventa impossibile dedurre il sesso dell’autore) ed è dedicato “À mon père - A mio padre”. Nella parte finale di quest’opera giovanile, trovano spazio le sirene: intervengono cercando di fermare in tempo l’ascensione di Icaro e di convincerlo a scendere. Le loro suppliche e i loro ammonimenti cadono nel vuoto dato che egli, prosegue il suo volo e finisce malamente, schiacciato dalla sua ambizione.

Ne La Petite sirène, il riferimento alla Grecia antica non si esaurisce con l’allusione al mito di Icaro. Il paragone formulato dal coro delle sirene per via di una similitudine “Siamo purpuree come il mare al tramonto quando il sole sanguina” ci rimanda all’espressione misteriosa del poeta dell’Iliade e dell’Odissea: mare color del vino” (οίνοψ πόντοϛ – òinops pòntos) cioè, alla lettera, “mare che agli occhi ha il colore del vino”. Accostando le due sostanze liquide, Omero sintetizza il cambiamento cromatico che la luce crepuscolare produce sulla superficie marina. L’associazione mare-vino gli permette di evocare il momento magico e fugace in cui il sole, prima di scomparire dietro l’orizzonte, incendia il cielo e conferisce all’acqua salsa i riflessi bordò del succo d’uva fermentato. Sembra che il ragionamento non faccia una piega, invece stride. L’interpretazione cromatica non quadra. Ogni volta che, nell’Odissea, il poeta usa l’espressione “mare color del vino”, l’azione si svolge in assenza di luce solare: quando Telemaco si avventura a notte fonda sul mare alla ricerca di suo padre; quando Ulisse si dibatte in una tempesta che imbizzarrisce le acque e copre il cielo di nubi nere. 

D’altronde è anacronistico immaginarsi gli antichi greci davanti al mare con piglio romantico. Se neuro-biologicamente parlando vedevano i colori come noi, li percepivano in modo diverso, essendo la percezione dei colori un fenomeno inscindibile da una società e da un periodo storico; il nostro sguardo è eminentemente culturale. All’infuori di “melanos” per il nero e “leucos” per il bianco, il lessico greco antico non contiene termini precisi e univoci per indicare una colorazione particolare. Neppure le tonalità di rosso si contraddistinguono con nomi diversi: sono tutte raggruppate sotto il termine generico “erythros”. Infatti, i greci attribuivano più importanza alle diverse qualità della luce o della materia che non alle variazioni di colore. “Glaukos”, a seconda dei contesti, poteva  indicare il verde, il grigio, il blu ma anche il giallo o il marrone; traduceva la tenuità, lo sbiadimento, una debole concentrazione di pigmenti: bastava “glaucos” per riferirsi al colore dell’acqua, degli occhi, delle foglie o del miele. Nell’universo simbolico dei greci, il blu non aveva voce in capitolo: il cielo non sarebbe mai stato blu; il mare non poteva essere né blu, né verde. Il rosso, per contro, era fortemente simbolico. Richiamava il colore del sangue e perciò era portatore di un duplice e opposto significato di vita e di morte. Nei culti dionisiaci, il sangue degli animali sgozzati, grazie al quale si comunicava con le divinità, fu progressivamente sostituito da un liquido vegetale che ne assunse il valore: il vino rosso. Con tali presupposti, è lecito pensare che l’espressione omerica “mare color del vino” non assegni un colore particolare al mare, ma ne sottolinei la pericolosità e il dualismo simbolico (vita e morte).

E saltiamo, nei giorni d’estate, come delfini, sulle rocce di Sicilia. Quando le donne-pesci si immedesimano nei delfini, richiamano l’attenzione su un trio del pantheon ellenico: Poseidone, Dioniso e Apollo. L’immagine dei cetacei che balzano sopra le acque del Mediterraneo fa emergere tre episodi della mitologia greca legati rispettivamente al dio del mare, al dio dell’istinto e delle passioni e al suo opposto, il dio della razionalità. Ma c’è di più…

Nelle sculture o le pitture che lo rappresentano, Poseidone lo scuotitore è spesso accompagnato da delfini (δελφίς – delphis). Il tempestoso fratello di Zeus e di Ade non ama solo i cavalli con i quali solca le onde marine a bordo del suo cocchio ma è anche molto affezionato ai delfini; è particolarmente grato a due di loro di aver ritrovato in acque lontane e riportato presso di sé la bella e ricalcitrante Nereide Anfitrite che si era dileguata per sottrarsi al suo incalzante progetto nuziale.

Il fremente Dioniso si cambiò in leone per terrorizzare i pirati tirreni che lo avevano rapito in vista di un grosso riscatto. Lo credevano infatti figlio di un ricco sovrano ma quando si accorsero del loro abbaglio, era troppo tardi per fare marcia indietro e spaventati, si buttarono in acqua. Per castigo, Dioniso li metamorfizzò in delfini. Da allora i malcapitati rapitori, trasformati in mammiferi acquatici, espiano la loro colpa salvando i naviganti in pericolo e scortando il dio nei suoi spostamenti sul mare.

Pizia John Collier 1891

Quanto all’arciere Apollo, egli tramutò sé stesso in delfino dopo la conquista della sorgente, consacrata alla Madre Terra Ghé (o Gea) e a sua figlia Temi (o Themis), che scaturiva nella Focide sulle pendici del Monte Parnaso.

Nel VI secolo a.C., un omerida (ossia un poeta della stirpe gentilizia di Chio che si pretendeva discendente da Omero) ci consegna questa tortuosa vicenda nel suo Inno omerico ad Apollo. Con una freccia, il figlio di Zeus e di Leto (o Latona) trafisse e stecchì il dragone-serpente Pitone, mostruoso figlio di Ghé e custode della fonte, nonché flagello degli uomini e delle loro greggi. In loco, pose le fondamenta del suo tempio. Quindi, prese il largo sotto forma di delfino, alla ricerca di uomini in grado di amministrare il culto oracolare. Ben presto li individuò: erano marinai di Cnosso in viaggio su una nave. Con un salto atterrò sul ponte e con la complicità del vento diresse l’imbarcazione fino al porto di Crisa -Κρίσσα. Giunto a terra, riprese il suo aspetto divino e condusse i cretesi, futuri officianti, al suo tempio del Parnaso. Così, l’antico santuario di Pito cedette il posto al nuovo santuario di Apollo delfico (τò Δελφικόν – tò Delphikòn). In relazione all’originario nome del luogo, la sacerdotessa dell’oracolo fu chiamata Pizia (deriva da Pito). Dopo un rituale ben codificato, la Pizia entrava in uno stato di trance. Seduta su un tripode in una cella sotterranea del tempio, invasata dal dio, emetteva dei suoni inarticolati e faceva dei gesti incomprensibili. I suoi responsi erano tradotti, in versi esametri spesso infarciti di termini ambigui, dai sacerdoti che l’affiancavano. L’Oracolo di Delfi fu l’oracolo (inteso come sede della divinità) più importante del mondo greco: vi si recavano anonimi cittadini e personalità illustri. I suoi preti acquisirono a breve un enorme potere visto che Apollo veniva interpellato prima di ogni decisione politica e militare rilevante. Tra gli oracoli (intesi come rivelazioni) più celebri della Pizia arriva in testa quello che concerne Socrate: il più saggio tra gli uomini perché sa di non sapere.

Sospesa nella leggenda, anche la storia del poeta lirico Arione (Άρίων) di Metimna fa intervenire un delfino. Al citaredo Arione, nato a Lesbo e vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. alla corte del tiranno Periandro di Corinto, è attribuito l’invenzione dei Ditirambi. Canto corale in onore di Dioniso, il ditirambo costituiva uno spettacolo musicale di grande impatto. In uno scenario sfarzoso, i versi del coro danzante rispondevano ai versi intonati dal solista. Questa forma poetica dialogica è ritenuta precorritrice del genere letterario della tragedia. Erodoto (484 a.C. – 425 a.C.) racconta al capitolo 24 del Libro I delle Storie che un delfino trasportò Arione sulla sua groppa fino al santuario di Poseidone edificato a capo Ténaro-Ταίναρο (oggi rinominato Matapan), punta estrema della penisola del Mani-Mανη e capo più meridionale del Peloponneso. Cosa era successo al citaredo? Desideroso di espandere la sua fama, si era recato in Italia e in Sicilia dove la sua strepitosa bravura gli aveva fruttato ingenti guadagni. Da Taranto si era poi imbarcato su una nave corinzia per far ritorno a casa. In alto mare, essendosi accorto che l’equipaggio lo voleva ammazzare per derubarlo, aveva tentato un patteggiamento per non essere ucciso ma era solo riuscito a strappare il favore di poter eseguire con la sua  cetra e in veste di gala il nomos orthios (canto monodico dal ritmo solenne in onore di Apollo) prima di gettarsi fuoribordo. Per miracolo, un delfino l’aveva salvato dall’inevitabile annegamento e portato a cavalcioni fino al Tenaro. Quindi, il poeta aveva proseguito a piedi per raggiungere Corinto. Periandro, al quale aveva raccontato la sua disavventura, si era dimostrato perplesso e gli aveva impedito di uscire prima dell’arrivo della nave. Appena sbarcati, i marinai corinzi interrogati dal tiranno avevano asserito con disinvoltura che Arione era rimasto “a Taranto in floride condizioni”; una dichiarazione prontamente smentita dalla comparsa del citaredo in abito di ceremonia davanti ai loro occhi increduli. “Ed essi sbigottiti, non poterono più negare né ribattere l’accusa.

Arione W.A.Bouguereau 1855

Più tardi, in segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, il poeta era andato a deporre nel santuario di Poseidone una piccola scultura bronzea che rappresentava un uomo a cavallo su un delfino. Sembra che nel II secolo d. C. la statuina ci fosse ancora quando Pausania visitò il santuario giacché nella sua Guida della Grecia – Ellados Periegesis, al capitolo 25 del Libro III, puntualizza: “Nel Tenaro sono altri doni, ed Arione Citaredo di bronzo sopra il delfino.”

Sempre alle prime battute della pièce, due sirene s’interrogano sul da farsi.  “Dove andiamo?” chiede la  prima. “A raccogliere rami di corallo” propone l’altra. Evidentemente non sono dirette al freddo mare della Danimarca, bensì al caldo mare mediterraneo che ospita nelle spaccature della sua scogliera le preziose alghe che il sangue di Medusa, la Gorgone decapitata da Perseo, ha pietrificato e tinto di vermiglio. Il valore apotropaico che si attribuisce ancora oggi al rosso corallo del Mediterraneo (κόραλλος), il Corallium rubrum, risale alla mitologia greca: Medusa ha lasciato al cespuglietto marino che ha pietrificato il potere di scacciare il malocchio. 

Quando un’altra sirena attorciglia la sua coda intorno a un tronco di pietra, come non pensare alla colonna marmorea di un tempio greco? “Sulla riva di un mare blu, su una spiaggia bionda. Là vi sono grossi tronchi d’albero tutti di pietra, resti di una città sommersa. Sono bianchi e lisci come pelle umana. Vi avvolgo intorno la coda e sfrego le scaglie contro il marmo.

E quando la Sirenetta confida alla Strega di aver in precedenza amato una statua, ci viene in mente Pigmalione. Nel suo racconto la ninfa marina sottolinea il luogo dove ha avvistato la statua: “…mi sono avventurata fino a quel mare più blu di tutti gli altri, che i marinai chiamano Egeo”. Quindi, ciò che trova nel Mar Egeo (Aίγαιον) è sicuramente un’armoniosa scultura greca dalle proporzioni perfette.

Ancora prima di scorgere il viso del Principe e di esserne affascinata, la Sirenetta è conquistata dalla musica degli uomini: “Io fluttuavo, circondata da un volo di chiurli, incantata dal suono delle musiche umane”. E quando afferma la superiorità dello strumento sul canto, fa riaffiorare la vittoria della cetra di Orfeo sulla voce delle sirene: “Hanno (gli uomini) voci meno belle delle nostre ma possiedono strumenti che noi non conosciamo.”

Assomiglia a Ulisse quando inutilmente si muove intorno all’albero maestro (ιστός-istόs). Ballare non è bastato a sedurre l’amato. La mancanza di voce, sulla falsariga delle funi che bloccavano l’eroe greco, le ha impedito di raggiungere il suo scopo, di appagare il suo desiderio. Incapace di proferire una parola, non è riuscita a infuocare il cuore del Principe (detto tra noi: meglio così, visto il tipo!). L’effetto prodotto dalle sue movenze è stato blando assai e la descrizione, che il Principe fa di lei alla Principessa, lo manifesta: “E questa è una trovatella, una piccola muta la cui danza ai piedi dell’albero maestro ci ha talvolta distratti durante il viaggio.

 

Lampedusa e Yourcenar: la cultura greca

Una forte attrazione per la cultura ellenica accomuna Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Marguerite Yourcenar: sono esperti grecisti. Tutti e due, rampolli di famiglie nobili, hanno beneficiato di un insegnamento privato. Non hanno avvicinato i racconti della Grecia antica seduti sui banchi di scuola ma nell’intimità dell’ambiente domestico attraverso l’insegnamento dei loro familiari e dei loro precettori.

Lampedusa

U’ principuzzu” Giuseppe trascorse l’infanzia in Sicilia, terra di approdo dei coloni elleni nell’ VIII sec. a.C., isola munifica nell’offrire reperti archeologici della Magna Grecia (Μεγάλη Ἑλλάς-Mega Hellas): basti pensare all’acropoli di Selinunte, alla Valle dei Templi di Agrigento, al teatro greco di Siracusa, alla Megara Iblea nei pressi di Augusta…

Ricordi d’infanzia, inserito assieme ad altri tre testi brevi (tra cui La sirena) nella raccolta I racconti, è un componimento autobiografico e descrive con minuzia immagini indelebili legate alla tenera età dell’autore. Lampedusa aveva in mente la redazione delle sue Memorie; ne iniziò la scrittura nel 1955 in concomitanza con la stesura de Il Gattopardo ma tutto rimase allo stato di appunti manoscritti in un quaderno. Il suo brogliaccio, pubblicato postumo nel 1961 sotto la supervisione di sua moglie la baronessa lettone Alessandra Wolff Stomersee, Licy per gli intimi, offre elementi preziosi che ci aiutano a inquadrare la sua personalità, il suo carattere. Ne estraiamo informazioni sui suoi primi contatti con il mondo greco.

In via Lampedusa 17 a Palermo, l’amatissima “casa” dove nacque e dove avrebbe desiderato morire, nella quale da piccolo scorrazzava per le stanze, i corridoi e i cortili e si sbizzarriva a immaginare un popolo di “figure tutte affettuose”, regalava l’affaccendarsi dei maggiori esponenti del politeismo greco, dipinti in stile barocco sul soffitto della sala da ballo: “…deliziosi ghirigori oro e gialli incorniciavano scene mitologiche nelle quali con rustica forza e grandi svolazzi di panneggi si affollavano tutti gli dèi dell’Olimpo”. In provincia di Agrigento, a Santa Margherita in Belice dove andava a passare l’estate, l’imponente e labirintica villa di campagna di sua madre Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, “piena di trabocchetti giocondi”, accendeva a ogni angolo la sua curiosità; gli procurava la sensazione di camminare “in un bosco incantato”. È in questo luogo felice della sua fanciullezza che, prima di saper leggere, per bocca dei familiari, imparò le storie della Mitologia classica a giorni alternati con le Sacre Scritture; se ne impregnò al punto di dichiarare quasi sessantenne: “Sono ancora in grado di dire quanti e quali fossero i fratelli di Giuseppe e me la cavo fra le complicate beghe familiari degli Atridi.” Ma nel palazzo di Santa Margherita, la mitologia greca non era solo depositata nei libri, oltrepassava i confini delle pagine e si estendeva nell’ambiente stesso. Il Re degli dèi e suo fratello, il Sovrano del mare, ci stavano di casa. Impresso sul soffitto della ridondante anticamera, Zeus benevolo assicurava la sua protezione al cavaliere capostipite della famiglia Filangeri in procinto di partire nel XI secolo alla conquista dell’Italia meridionale e della Sicilia: “Giove avvolto in una nube purpurea benediceva all’imbarco Angerio che si preparava dalla nativa Normandia a salpare verso la Sicilia; e Tritoni e Ninfe marine folleggiavano attorno alle galere pronte a salpare sul mare madreperlaceo.” A Nettuno spettava il posto d’onore nella sala da pranzo; occupava a impianto stabile il centrotavola e per colpa sua, tutte le tovaglie erano concepite con un buco nel mezzo: “Un grande pezzo di argenteria sormontato da un Nettuno con tridente che minacciava la gente, mentre accanto a lui un’Anfitrite faceva loro l’occhietto non senza malizia. Il tutto su una scogliera che sorgeva nel centro di un bacino d’argento circondato da delfini e mostri marini che mediante un congegno a orologeria nascosto in un piede centrale della tavola spruzzavano acqua dalle bocche.” Ovviamente era stato lo spirito di Nettuno a trasformare nel grande piazzale del giardino la sorgente naturale in un mare in miniatura. La sorgente, “racchiusa in ornata prigione, rallegrava con i suoi zampilli la vasta fontana nel centro della quale su un isolotto di rovine artificiali, la dea Abbondanza, chiomata e discinta, versava torrenti d’acqua nel bacino profondo e percorso da amichevoli ondate. Una balaustra lo cingeva, sormontata qua e là da Tritoni e Nereidi scolpiti nell’atto di voler tuffarsi…” La realtà entra nella finzione: al capitolo 2 de Il Gattopardo, la fontana di palazzo Salina a Donnafugata sembra nata dalla fusione  del centrotavola d’argento con il bacino ornamentale di Santa Margherita. “Soffiate via dalle conche dei Tritoni, dalle conchiglie delle Naiadi, dalle narici dei mostri marini, le acque erompevano in filamenti sottili, picchiettavano con pungente brusio la superficie verdastra del bacino, suscitavano rimbalzi, bolle, spume, ondulazioni, fremiti, gorghi ridenti…Su di un isolotto al centro del bacino rotondo, modellato da uno scalpello inesperto ma sensuale, un Nettuno spiccio e sorridente abbrancava un’Anfitrite vogliosa…

Dal 1911 al 1915 Giuseppe frequentò il liceo classico, prima nella capitale e poi a Palermo. Si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza a Roma  ma non si laureò mai.

Yourcenar

Marguerite nata a Bruxelles l’8 giugno 1903, è cresciuta nel nord della Francia, quindi ben lontana dalle rovine greche in loco. Visse i suoi primi anni come una piccola driade, in stretto contatto con il prato e il bosco, “nel seno di una mitologia ancora viva”. In effetti, passò la maggior parte dell’infanzia nelle Fiandre francesi al Mont Noir, nella vasta proprietà della ricca e gelida castellana Noémi sua nonna paterna, dove cervi, conigli selvatici e animali domestici le tessevano intorno, senza che ne fosse cosciente, la trama di un mondo orfico-dionisiaco. “Possedevo una capra bianca alla quale Michel (padre di Marguerite) dipinse d’oro le corna, animale per me mitologico prima di sapere cosa fosse la mitologia”.

Marmi di Elgin British Museum

Più grande, dal 1912, non le mancarono occasioni di osservare reperti ellenici nei musei. A Parigi si recava con piacere due volte la settimana al Louvre in compagnia della sua governante bretone. “Tra il nono e l’undicesimo anno cominciai a subire il fascino di qualcosa di astratto e insieme divinamente carnale: il gusto del colore e delle forme, la nudità grecaamavo a tal punto una testina staccata dal fregio del Partenone che avrei voluto baciarla.” A Londra dove stette quattordici mesi insieme al padre all’inizio della Prima Guerra Mondiale, andare a vedere le sculture greche le trasmetteva serenità: “I marmi di Elgin (Partenone) al British Museum erano tranquilli compagni”. Questi ricordi intimi si leggono in Quoi? L’éternité, terzo e ultimo volume, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1988, della sua saga familiare in tre parti riunita sotto il titolo complessivo “Il Labirinto del mondo”(Le labyrinthe du monde); un appellativo che suggerisce intreccio e mistero.

Quando a dieci anni emesse il desiderio d’imparare il greco e il latino, fu suo padre a farle da professore. A giudicare dall’aneddoto riportato in Quoi? L’éternité, Michel non era un insegnante traboccante di pazienza: un giorno a Londra, buttò dalla finestra un “Marco Aurelio” bilingue, arrabbiatissimo di come la figlia, oltre a pronunciare male l’inglese, non era stata in grado di tradurre correttamente un brano in greco antico.

Senza aver mai frequentato il liceo, nel 1919 a Nizza, Marguerite si presentò da candidata esterna alla prima parte degli esami di maturità e superò brillantemente le prove di greco e latino. Rimase l’unico riconoscimento ufficiale del suo percorso di studio; non andò oltre e non imboccò la via universitaria.

Lampedusa e Yourcenar: l’amore dei libri e il piacere della lettura

Un’altra sfaccettatura avvicina Marguerite e Giuseppe: durante l’intero arco della loro vita hanno dedicato un tempo considerevole alla lettura di opere sostanziose e di capolavori. Per di più, entrambi plurilingui, erano capaci di leggere molti scritti in lingua originale.

Da giovane, Lampedusa aveva libero accesso agli armadi-biblioteca del palazzo di Santa Margherita che contenevano opere di riguardo. “Quasi tutte opere illuministiche nelle loro rilegature fulve e dorate: l’Encyclopédie, Voltaire, Fontenelle, Helvetius…; poi le “Victoires et Conquêtes”, una raccolta di bollettini napoleonici e di relazioni di guerra che facevano le mie delizie nei lunghi pomeriggi estivi pieni di silenzio mentre li leggevo, a pancia in giù, disteso su uno di quei spropositati “poufs” che occupavano il centro della sala da ballo”.

Terribile fu il trauma quando il 5 aprile 1943 una bomba colpì l’amatissimo palazzo avito di Palermo. Davanti alla sua casa sventrata, Lampedusa rimase inebetito e rifugiatosi presso i cugini Piccolo di Calanovella a Capo d’Orlando, per tre giorni stette senza parlare. Alla perdita cuocente fanno riferimento le parole di Corbèra nella parte finale de La sirena: “Poi venne la guerra e mentre io me ne stavo in Marmarica… i ‘Liberators’ distrussero la mia casa.” Alla dolorosa perdita accennano due frasi de Il Gattopardo inserite nella scena del ballo a palazzo Ponteleone: “Nel soffitto gli Dei, reclini su scanni dorati, guardavano in giù sorridenti e inesorabili come il cielo d’estate. Si credevano eterni: una bomba fabbricata a Pittsburg, Penn., doveva nel 1943 provar loro il contrario.

Biblioteca Via Butera 28

Lampedusa riuscì per fortuna a ricollocare la biblioteca della casa squartata nel palazzo di via Butera 28, palazzo secentesco di fronte al mare, dove si trasferì nel 1948. Sentire intorno a sé lo scudo dei suoi libri, lo aiutò a sopportare di vivere in un ambiente che non sentiva suo, che gli era estraneo. I cari volumi allineati sugli scaffali dei mobili di via Lampedusa gli restituivano un pezzetto del suo mondo frantumato, un angolo della sua “Scomparsa amata”. Alla rubrica redatta prima della Seconda Guerra Mondiale nella quale annotava le date dei suoi acquisti e delle sue letture aggiunse, dopo il cambio di residenza in via Butera, un catalogo a schede manoscritte. L’ultimo libro che entrò a far parte della biblioteca fu quello di Churchill Memorie nel 1957, anno della sua morte. Nonostante effettive ristrettezze economiche, gli era impossibile rinunciare a comprare libri. Lampedusa era un solitario di carattere riservato, eppure la passione dei libri lo spinse nel 1953 a riunire nella sua biblioteca un piccolo gruppo di studenti ventenni per impartire loro lezioni gratuite di letteratura francese e inglese. Voleva condividere le sue riflessioni su autori a lui cari come Shakespeare, Dickens, Joyce, Virginia Woolf, Rabelais, Stendhal, Proust… La sua sconfinata cultura letteraria e il suo talento di affabulatore lasceranno un’impronta indelebile su ognuno di questi ragazzi; si affezionerà a tutti e nel 1957 farà di uno di loro, Gioacchino Lanza di Assaro, il suo figlio adottivo (al quale si è ispirato per dar vita al gattopardesco Tancredi Falconieri).

Già da bambina, Yourcenar fu ammagliata e rapita dall’universo della parola scritta. In Quoi? L’éternité al capitolo “Le briciole dell’infanzia” ci consegna un inno alla lettura: “…quando le ventisei lettere dell’alfabeto smettono di essere segni incomprensibili e neppure belli, allineati su fondo bianco, arbitrariamente riuniti, per diventare una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo mai nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà le nostre, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri. Non ho mai avuto dei libri per bambini… Grazie a mio padre conobbi presto numerosi “classici”…Gli scettici diranno che le letture precoci sono inutili, poiché il bambino legge senza comprendere, almeno nei suoi primi anni; posso invece affermare che capisce certe cose, sente vagamente che ne capirà altre più avanti, e che le nozioni imparate in questo modo sono indelebili.”

I libri sono stati la mia prima Patriascriverà alla fine della sua vita. Lo attestano i 7000 libri che, anno dopo anno in un flusso continuo, sono entrati a far parte di Petite Plaisance. M. Yourcenar li sistemava nei vari ambienti della casa secondo un ordine cronologico: nel suo studio, si espandeva l’antichità greco-romana; nel salone, il Rinascimento e il Medioevo; nell’ingresso, il Seicento e il Settecento; le due camere degli ospiti e la camera di Grace si concentravano sulle opere dell’Ottocento mentre la sua camera da letto custodiva i romanzi del Novecento; una stanza era dedicata ai saggi…

Visto che Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Marguerite Yourcenar sono contemporanei, spunta una domanda: hanno mai avuto l’occasione d’incontrarsi? Di persona, no. Ma tramite i loro scritti, sì. Libri che attraversano le frontiere, pensieri che volano sopra l’Atlantico da un continente all’altro; letture incrociate; scrittori che si scoprono e si apprezzano.

Lampedusa entrò in contatto con la prosa della Yourcenar nel 1953. Suo cugino Fulco di Verdura aveva portato dalla Francia alcune copie di Memorie di Adriano in lingua originale e ne aveva regalato una alla marchesa Conchita Villa Urrutia, madre di Gioacchino Lanza (il suo futuro figlio adottivo). Caso vuole che lo stesso anno,  la marchesa gli prestò il libro; il resto venne da sé: il principe rimase folgorato dalla bellezza del romanzo. Lo lesse e lo rilesse. Il Gattopardo  e La sirena portano le tracce della sua lettura appassionata di Memorie di Adriano: meditazione sulla morte e sogno d’immortalità.

La Yourcenar scoprì tardi il capolavoro di Lampedusa; lo ricevette per posta dal Canada nella primavera del 1980 in un volume in traduzione inglese che conteneva anche I racconti. Glielo aveva mandato in prestito un amico di lunga data, il prete André Desjardins. La scrittrice avvertiva il peso dei suoi settantasette anni. Era un momento complicato e stravolgente della sua vita. Stava elaborando il lutto dell’amata compagna Grace scomparsa da poco e il 6 marzo, la sua elezione all’Académie française aveva infuocato lo scenario letterario d’oltralpe e acceso i proiettori mediatici sulla sua sessualità e il suo presunto antisemitismo. La Francia era in agitazione: per la prima volta una donna si sedeva su una poltrona all’interno di un’illustre istituzione vecchia di quasi tre secoli e mezzo, finallora appannaggio esclusivo dei maschi. Marguerite diceva che “la lettura di un libro è talvolta come una puntura di coraggio per affrontare la vita”; la lettura de Il Gattopardo ebbe su di lei questo effetto rinvigorente. Si entusiasmò inoltre per molti passaggi dei Ricordi d’infanzia e fu conquistata dalla potenza espressiva e dalla trama innovativa de La sirena. Lo sappiamo dalle riflessioni che appuntò su uno dei fogli di guardia prima di rispedire il volume all’amico canadese. Così leggiamo a proposito di Lighea: « La Sirène est plus vraie que toutes celles de ‘la littérature’, peut-être à cause du détail assez atroce des poissons mangés vivants » (La Sirena è più vera di tutte quelle della letteratura forse per via del particolare assai agghiacciante dei pesci mangiati vivi). Continua…

                                                                 Joëlle

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È ora di sirena! Parte 3